Vorrei scrivere qualcosa su American Horror Story: Freak Show, ma forse è troppo presto, nonostante le prime impressioni siano buone.
La cosa che più differenzia questa stagione dalle precedenti è che la Lange non è più il personaggio più inquietante: stavolta tocca a Twisty The Clown che è, senza esagerare, il character più spaventoso degli ultimi cinque anni.
Quindi, siccome è un po' prestino per parlare della storia, parliamo dei pagliacci nella cinematografia mondiale e soprattutto del perché siano così amati dagli horror.
Ebbene sì, amici: è un altro post spiegone dei miei, di quelli pieni di info inutili che però potete rivendere alla sciacquetta di turno spacciandovi per intellettuali cinefili.
Prego.
Io non ho paura dei clown, esattamente come non ho paura di volare. Ma in entrambi i casi capisco come in realtà sia più normale temere queste due cose: un autobus che vola non è né intuitivo né rassicurante e uno mascherato che ha la libertà di agire fuori dalle regole non è una persona di cui è facile fidarsi.
Ma il link tra clown e grande schermo è solo un caso?
Non direi: il cinema, nei suoi primissimi anni di vita, cresce e convive a stretto contatto con circhi, baracconi da fiera, parchi di divertimento... tutti luoghi dove il clown è di casa, anzi, è A CASA. La contiguità tra le due dimensioni spettacolari aiuta il passaggio che viene rafforzato dal fine primario di entrambe le location: divertire.
E la base della comicità risiede nel posizionare un elemento fuori luogo, nell’inserire un corpo estraneo all’interno di una situazione convenzionale: la straordinarietà del circo - la sua spettacolarità e la sua eccezionalità - impediscono di percepire il clown come elemento estraneo, mentre proprio il contrario avviene con il cinema che della descrizione della realtà fa la sua caratteristica principale.
Bene, sui fondamentali storici ci siamo.
Passiamo alla caratterizzazione.
Tradizionalmente esistono due tipi di clown: il bianco e l'augusto.
Il primo è all’apparenza socialmente più integrato, spesso “competente” con un ruolo ben preciso e un compito da portare a termine (compito che, puntualmente, naufraga per l’incapacità del personaggio ma soprattutto per gli ostacoli che gli si parano innanzi), dotato di un abbigliamento pressoché normale e di una maschera impassibile, caratterizzata dal pallore eccessivo. Bianco, appunto.
Il secondo è quasi un vagabondo, uno scansafatiche burlone e pasticcione, incapace (e neanche desideroso) di integrarsi socialmente; l'abbigliamento è fatto di scarpe enormi, pantaloni larghi tenuti su a fatica da una cordicella, mimica facciale vivace ed esasperata.
Per quanto opposte per molti versi, entrambe le tipologie di clown 'funzionano' perché si basano sulle stessa contrapposizione: il lato patetico delle situazioni più comuni, l’alternanza tra ilarità e tristezza nella quotidianità.
Tramite il pagliaccio, il mondo del circo rivela la sua essenza di universo violento e assurdo, dove l'irrazionalità trasforma ben presto la vita del protagonista in un incubo. Il circo e la comicità del clown diventano un distillato – urticante per verità – della dura realtà della vita normale.
Se tutto questo con gronda horror, allora non lo so.
Il pagliaccio, devo ammetterlo, mi piace moltissimo e ha molti tratti in comune con il mio mostro preferito in assoluto: lo zombie.
Il clown denuncia il pericolo della banalità, della spersonalizzazione, di una riduzione dell’uomo ad automa, mostrando sul corpo del bianco gli effetti di questa omologazione attraverso il suo perseguire ostinatamente un’idea fissa e su quello dell’augusto il suo contrario, il cedere agli istinti primari, l’impossibilità di incasellare la forza vitale che ha ogni individuo. Allo stesso tempo il clown (tanto nella versione bianco quanto in quella augusto) è un individuo appena abbozzato, non ancora corrotto: ha la cocciutaggine, la libertà, l’anarchia, l’inconsapevolezza... tutto ciò che perde chiunque rientri in una società definita e che punta alla serializzazione.
Io non so se questo possa fungere anche da breve analisi psicologica di voi stessi, vedete voi.
Potete anche tranquillamente continuare ad avere paura pure di Ronal McDonald, ma insomma: volete mettere con Twisty The Clown (agevolo diapositiva qui sotto)?
P.S.: non vorrei aver spoilerato troppo, ma questa mia bella analisi fa il paio con alcune strofe che Jessica Lange canta nel primo episodio di AHS Freak Show:
Sì, insomma: i freaks non sono quelli con un numero incongruo di arti.
Che poi la Lange che canta Bowie vale lo sbattimento di aver letto il mio post, ammettetelo.
Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su XCondividi su Facebook
La cosa che più differenzia questa stagione dalle precedenti è che la Lange non è più il personaggio più inquietante: stavolta tocca a Twisty The Clown che è, senza esagerare, il character più spaventoso degli ultimi cinque anni.
Quindi, siccome è un po' prestino per parlare della storia, parliamo dei pagliacci nella cinematografia mondiale e soprattutto del perché siano così amati dagli horror.
Ebbene sì, amici: è un altro post spiegone dei miei, di quelli pieni di info inutili che però potete rivendere alla sciacquetta di turno spacciandovi per intellettuali cinefili.
Prego.
Io non ho paura dei clown, esattamente come non ho paura di volare. Ma in entrambi i casi capisco come in realtà sia più normale temere queste due cose: un autobus che vola non è né intuitivo né rassicurante e uno mascherato che ha la libertà di agire fuori dalle regole non è una persona di cui è facile fidarsi.
Ma il link tra clown e grande schermo è solo un caso?
Non direi: il cinema, nei suoi primissimi anni di vita, cresce e convive a stretto contatto con circhi, baracconi da fiera, parchi di divertimento... tutti luoghi dove il clown è di casa, anzi, è A CASA. La contiguità tra le due dimensioni spettacolari aiuta il passaggio che viene rafforzato dal fine primario di entrambe le location: divertire.
E la base della comicità risiede nel posizionare un elemento fuori luogo, nell’inserire un corpo estraneo all’interno di una situazione convenzionale: la straordinarietà del circo - la sua spettacolarità e la sua eccezionalità - impediscono di percepire il clown come elemento estraneo, mentre proprio il contrario avviene con il cinema che della descrizione della realtà fa la sua caratteristica principale.
Bene, sui fondamentali storici ci siamo.
Passiamo alla caratterizzazione.
Tradizionalmente esistono due tipi di clown: il bianco e l'augusto.
Il primo è all’apparenza socialmente più integrato, spesso “competente” con un ruolo ben preciso e un compito da portare a termine (compito che, puntualmente, naufraga per l’incapacità del personaggio ma soprattutto per gli ostacoli che gli si parano innanzi), dotato di un abbigliamento pressoché normale e di una maschera impassibile, caratterizzata dal pallore eccessivo. Bianco, appunto.
Il secondo è quasi un vagabondo, uno scansafatiche burlone e pasticcione, incapace (e neanche desideroso) di integrarsi socialmente; l'abbigliamento è fatto di scarpe enormi, pantaloni larghi tenuti su a fatica da una cordicella, mimica facciale vivace ed esasperata.
Per quanto opposte per molti versi, entrambe le tipologie di clown 'funzionano' perché si basano sulle stessa contrapposizione: il lato patetico delle situazioni più comuni, l’alternanza tra ilarità e tristezza nella quotidianità.
Tramite il pagliaccio, il mondo del circo rivela la sua essenza di universo violento e assurdo, dove l'irrazionalità trasforma ben presto la vita del protagonista in un incubo. Il circo e la comicità del clown diventano un distillato – urticante per verità – della dura realtà della vita normale.
Se tutto questo con gronda horror, allora non lo so.
Il pagliaccio, devo ammetterlo, mi piace moltissimo e ha molti tratti in comune con il mio mostro preferito in assoluto: lo zombie.
Il clown denuncia il pericolo della banalità, della spersonalizzazione, di una riduzione dell’uomo ad automa, mostrando sul corpo del bianco gli effetti di questa omologazione attraverso il suo perseguire ostinatamente un’idea fissa e su quello dell’augusto il suo contrario, il cedere agli istinti primari, l’impossibilità di incasellare la forza vitale che ha ogni individuo. Allo stesso tempo il clown (tanto nella versione bianco quanto in quella augusto) è un individuo appena abbozzato, non ancora corrotto: ha la cocciutaggine, la libertà, l’anarchia, l’inconsapevolezza... tutto ciò che perde chiunque rientri in una società definita e che punta alla serializzazione.
Io non so se questo possa fungere anche da breve analisi psicologica di voi stessi, vedete voi.
Potete anche tranquillamente continuare ad avere paura pure di Ronal McDonald, ma insomma: volete mettere con Twisty The Clown (agevolo diapositiva qui sotto)?
P.S.: non vorrei aver spoilerato troppo, ma questa mia bella analisi fa il paio con alcune strofe che Jessica Lange canta nel primo episodio di AHS Freak Show:
Take a look at the Lawman
Beating up the wrong guy
Oh man! Wonder if he'll ever know
He's in the best selling show
Sì, insomma: i freaks non sono quelli con un numero incongruo di arti.
Che poi la Lange che canta Bowie vale lo sbattimento di aver letto il mio post, ammettetelo.
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Edna Von V
Se c'è qualcosa di più importante del mio ego su questa nave, la voglio catturata e fucilata.
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