COS'È: Oltre 10 anni di riprese per un documentario su un errore giudiziario. Forse due.
Molti pensano che le serie originali di Netflix siano caratterizzate da una certa dose di glamour dovuta alla fotografia impeccabile e patinata e da un elevato livello di sensazionalità.
E spesso questo è vero, ma non sempre (Unbreakable Kimmy Schmidt dove la mettete?).
In realtà, il filo conduttore di Netflix, la qualità che ogni contenuto Netflix aspira ad avere (e in effetti ha) è la bingeability, ovvero il fatto che è impossibile staccarsi dalla serie prima di averla finita.
La fruizione è senza soluzione di continuità, gli episodi sono concepiti per essere visti nell'arco di un weekend perché più che rispettare la struttura interna di una puntata media seguono quella di un film: una divisione per atti che ci racconta una storia.
E nulla è più impregnato di bingeability di Making A Murderer.
Le uniche pause concesse son quelle per riprendere dai continui pugni allo stomaco perché questo show vi farà dimenticare anche di andare in bagno.
E se pensate di avere una tolleranza alta grazie a True Detective sappiate che vi sbagliate.
Oh, quanto vi sbagliate.
La serie come spesso accade inizia lentamente, ma dopo esser acquistato familiarità con nomi e volti, si comincia ad avvertire un senso di immersione totale.
La storia ve la racconto senza problemi perché mai come questa volta la trama a grandi linee non vi rovinerà la visione: parliamo di Steven Avery, che ha trascorso 18 anni in prigione condannato per uno stupro che non ha commesso e liberato a seguito di un test del DNA.
18 anni durante i quali, oltre a venir abbandonato da buona parte della sua famiglia, ha continuato a ribadire la sua innocenza nonostante gli venisse detto che ammettendo la colpa avrebbe ricevuto uno sconto della pena.
D I C I O T T O.
Poster boy della classe operaia nel Wisconsin (aka non particolarmente brillante), Avery non è il tipo di persona che di solito diventa un simbolo di giustizia, ma stavolta le cose vanno proprio così: il suo caso viene trasformato dai media e dai suoi avvocati in un racconto eroico di un uomo che ha superato il sistema -forse corrotto - delle forze dell'ordine locali che l'hanno sbattuto in galera.
Vi lascio immaginare la felicità delle suddette forze dell'ordine.
Esce nel 2003, ma meno di due anni dopo Avery è accusato di un crimine ancora peggiore: omicidio.
Come spettatore sei scosso di nuovo: Che cosa? Steven Avery, l'uomo sincero di cui abbiamo ascoltato la telefonate registrate con la madre e altri cari, quello per cui abbiamo parteggiato nella prima ora e mezza di visione, quello che c'ha fatto venire voglia di scrivere ACAB su tutti i muri, come potrà aver commesso un atto così crudele contro una ragazza? E pare anche che l'abbia fatto con l'aiuto del suo nipote sedicenne.
Laura Ricciardi e Moira Demo hanno trascorso più di un decennio su questo docufilm e il risultato è eccezionale: hanno raccolto prove letteralmente ovunque, utilizzato VHS con interrogatori da far rizzare i capelli, interviste con quasi tutti i principali attori, ore e ore di filmati direttamente dal tribunale.
E quello che ne esce è uno dei migliori ritratti di cosa vuol dire far parte della classe operaia negli Stati Uniti.
Non parlo del cliché per cui i soldi comprano la difesa: i casi Avery (sì, plurale) sono la prova tangibile di quanto sia reale e tangibile il problema della persecuzione giudiziaria.
A metà visione ti trovi inevitabilmente a chiedertelo: può essere che il tempo passato ingiustamente in prigione abbia davvero fatto di lui un assassino?
Si tratta di una visione totalmente ipnotica, un incubo che non ti lascia uscire: vorresti distogliere lo sguardo e tornare alla tua normalità, ma non puoi.
Negare la visione di Making A Murderer significa far parte del sistema corrotto contro il quale lotta ancora Steven.
Benvenuti nelle peggiori dieci ore della vostra vita: vi garantisco che voleranno.
[se poi siete particolarmente coraggiosi e la storia continua ad interessarvi, leggere online le testimonianze di gente che abitava in zona all'epoca dei fatti: si sentono tutti in colpa per non aver creduto all'innocenza di Steven. Magari il documentario servirà a fargli avere un nuovo processo]
GUARDALO SE:
cerchi un thriller MOOOOLTO realistico
ami i documentari
ami The Jinx o Serial
EVITA SE:
non sei sicuro di aver pagato quella multa durante una viaggio negli Stati Uniti (oddio, l'ho pagata?)
Invia tramite emailPostalo sul blogCondividi su XCondividi su Facebook
Molti pensano che le serie originali di Netflix siano caratterizzate da una certa dose di glamour dovuta alla fotografia impeccabile e patinata e da un elevato livello di sensazionalità.
E spesso questo è vero, ma non sempre (Unbreakable Kimmy Schmidt dove la mettete?).
In realtà, il filo conduttore di Netflix, la qualità che ogni contenuto Netflix aspira ad avere (e in effetti ha) è la bingeability, ovvero il fatto che è impossibile staccarsi dalla serie prima di averla finita.
La fruizione è senza soluzione di continuità, gli episodi sono concepiti per essere visti nell'arco di un weekend perché più che rispettare la struttura interna di una puntata media seguono quella di un film: una divisione per atti che ci racconta una storia.
E nulla è più impregnato di bingeability di Making A Murderer.
Le uniche pause concesse son quelle per riprendere dai continui pugni allo stomaco perché questo show vi farà dimenticare anche di andare in bagno.
E se pensate di avere una tolleranza alta grazie a True Detective sappiate che vi sbagliate.
Oh, quanto vi sbagliate.
La serie come spesso accade inizia lentamente, ma dopo esser acquistato familiarità con nomi e volti, si comincia ad avvertire un senso di immersione totale.
La storia ve la racconto senza problemi perché mai come questa volta la trama a grandi linee non vi rovinerà la visione: parliamo di Steven Avery, che ha trascorso 18 anni in prigione condannato per uno stupro che non ha commesso e liberato a seguito di un test del DNA.
18 anni durante i quali, oltre a venir abbandonato da buona parte della sua famiglia, ha continuato a ribadire la sua innocenza nonostante gli venisse detto che ammettendo la colpa avrebbe ricevuto uno sconto della pena.
D I C I O T T O.
Poster boy della classe operaia nel Wisconsin (aka non particolarmente brillante), Avery non è il tipo di persona che di solito diventa un simbolo di giustizia, ma stavolta le cose vanno proprio così: il suo caso viene trasformato dai media e dai suoi avvocati in un racconto eroico di un uomo che ha superato il sistema -
Vi lascio immaginare la felicità delle suddette forze dell'ordine.
Esce nel 2003, ma meno di due anni dopo Avery è accusato di un crimine ancora peggiore: omicidio.
Come spettatore sei scosso di nuovo: Che cosa? Steven Avery, l'uomo sincero di cui abbiamo ascoltato la telefonate registrate con la madre e altri cari, quello per cui abbiamo parteggiato nella prima ora e mezza di visione, quello che c'ha fatto venire voglia di scrivere ACAB su tutti i muri, come potrà aver commesso un atto così crudele contro una ragazza? E pare anche che l'abbia fatto con l'aiuto del suo nipote sedicenne.
Laura Ricciardi e Moira Demo hanno trascorso più di un decennio su questo docufilm e il risultato è eccezionale: hanno raccolto prove letteralmente ovunque, utilizzato VHS con interrogatori da far rizzare i capelli, interviste con quasi tutti i principali attori, ore e ore di filmati direttamente dal tribunale.
E quello che ne esce è uno dei migliori ritratti di cosa vuol dire far parte della classe operaia negli Stati Uniti.
Non parlo del cliché per cui i soldi comprano la difesa: i casi Avery (sì, plurale) sono la prova tangibile di quanto sia reale e tangibile il problema della persecuzione giudiziaria.
A metà visione ti trovi inevitabilmente a chiedertelo: può essere che il tempo passato ingiustamente in prigione abbia davvero fatto di lui un assassino?

Negare la visione di Making A Murderer significa far parte del sistema corrotto contro il quale lotta ancora Steven.
Benvenuti nelle peggiori dieci ore della vostra vita: vi garantisco che voleranno.
[se poi siete particolarmente coraggiosi e la storia continua ad interessarvi, leggere online le testimonianze di gente che abitava in zona all'epoca dei fatti: si sentono tutti in colpa per non aver creduto all'innocenza di Steven. Magari il documentario servirà a fargli avere un nuovo processo]
GUARDALO SE:
cerchi un thriller MOOOOLTO realistico
ami i documentari
ami The Jinx o Serial
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non sei sicuro di aver pagato quella multa durante una viaggio negli Stati Uniti (oddio, l'ho pagata?)
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Edna Von V
Se c'è qualcosa di più importante del mio ego su questa nave, la voglio catturata e fucilata.
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