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The Paternal House (Kianoosh Ayyari, 2012)

COS'È: l'ultimo imperdibile film del regista iraniano indipendente Kianoosh Ayyari, di cui non trovo la locandina.

Da sempre la sezione Orizzonti del Festival di Venezia è la più interessante: o si vedono film che usciranno in Italia mesi dopo (nella migliore delle ipotesi...) o si assiste a proiezioni che mai - MAI - avranno di nuovo luogo.
The Paternal House probabilmente rientra in quest'ultima categoria, come tutti i lavori di Kianoosh Ayyari e quasi tutti i film girati in un paese come l'Iran.
Quello che la maggior parte di noi (e probabilmente del mondo intero) sa riguardo all'Iran è che è una Repubblica Islamica, sa di Khomeini, dei suoi successori, di Ahmadinejad e delle conseguenze che tutte queste persone hanno o hanno avuto sulla società.
Questo film, però, ci dimostra da un lato che non basta decapitare la piramide del potere per risanare la società e dall'altro che, per quanto un errore possa essere perpetuato, ad un tratto la ragione (e la modernità) possono avere la meglio.
Pietà (Kim Ki-duk, 2012)

COS'È: il ritorno in grande stile di uno dei massimi esponenti del cinema sudcoreano (non che se ne fosse mai andato, però, ecco, diciamo che si era un attimo distratto e gli era scappato Arirang).

Nell'angolo di mondo dove anche i sentimenti più puri devono piegarsi alla pressione del capitalismo e delle macchine industriali (il quartiere Cheonggyecheon, a Seoul), è comparsa una minaccia più grande della fame, dei debiti e della morte: un aguzzino che tortura i debitori per riscuotere (per conto terzi, ovviamente: ci muoviamo nei bassifondi di chi non ha LETTERALMENTE nulla da perdere) le assicurazioni sugli infortuni.
Pietà si riferisce non al senso più comune di questa parola, ma alla pietas intesa come dovere verso la propria famiglia, l'istituzione in grado di segnare così profondamente la vita di Gang Do, sia per l'iniziale assenza sia per la prepotente presenza con cui si manifesta all'improvviso.